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Felicita Tramontana (2007)

The German-Israeli Minerva School on Slavery and the Slave Trade in the Mediterranean Region during the Medieval Period (1000-1500): Case Studies in Christian-Muslim-Jewish Interaction (Gerusalemme, 2-7 settembre 2007)

Quaderni storici, 126(XLII, No.3):947-953.

Complete original text, published here with permission of author and publisher.

Dal 2 al 7 settembre 2007, l'Institute for advanced studies dell'Università ebraica di Gerusalemme ha ospitato una «German-Israeli Minerva School for graduate students» dedicata al tema Slavery and the slave trade in the Mediterranean Region during the Medieval Period (1000-1500): Case Studies in Christian-Muslim-Jewish Interaction. La scuola e stata organizzata dall'Institue for advanced studies, la School of history, il Nehemia Levtzion Center for Islamic Studies, tutti afferenti all'Università ebraica di Gerusalemme, congiuntamente all'Arye Maimon Institut für Geschichte der Juden e la Graduate Research School (Graduiertenkolleg) «Sklaverei» dell’Università di Trier (Germania).

L'iniziativa, che si colloca in un ampio panorama di progetti di cooperazione universitaria israelo-tedesca, è stata patrocinata dalla Minerva Foundation, una fondazione istituita al fine di favorire la collaborazione tra studiosi dei due Paesi, attraverso il finanziamento di progetti di ricerca, seminari e workshop. In particolare le Minerva Schools sono state pensate per la formazione di giovani studiosi tedeschi e israeliani e principalmente per studenti di dottorato.

Coerentemente con lo scopo principale dell'iniziativa, gli organizzatori della scuola, Reuven Amitai dell’Università ebraica di Gerusalemme e Christoph Cluse dell'Università di Trier, hanno deciso di affrontare il tema della schiavitù partendo da molteplici punti di vista, al fine di fornire agli studenti una visione il più possibile completa del fenomeno. Questo modo di procedere è inoltre pienamente in linea con l'idea, più volte espressa dagli organizzatori, che il fenomeno della schiavitù nel | Mediterraneo non possa essere studiato in maniera corretta, se non tenendo in considerazione il modo in cui esso si è sviluppato in tutta l'area geografica.

In primo luogo, quindi, sono stati presi in esame tre diversi ambiti culturali e religiosi: arabo-islamico, cristiano ed ebraico. Il modo in cui la schiavitù si e sviluppata al loro interne, in secondo luogo, è stato oggetto di interventi di studiosi provenienti da vari ambiti disciplinari, storici, giuristi, storici dell'arte, esperti di Jewish Studies e di Middle-Eastern Studies. Questo modo di procedere ha ovviamente favorito il confronto tra i modi in cui le istituzioni relative alla schiavitù si sono sviluppate nel mondo ebraico, in quello cristiano e in quello arabo-islamico.

Sebbene il periodo storico preso in esame andasse dal 1000 e al 1500, inoltre, non sono mancate le incursioni nella fase iniziale dell’età moderna (Post-medieval developments in the Mediterranean region, di Nicole Priesching), volte soprattutto a evidenziare continuità e fratture rispetto al modo in cui la schiavitù si era sviluppata nel Medioevo. L'età moderna è anche il periodo considerato nel contributo di chi scrive (Western traveler's reports for the reality of the slave trade in the Islamic Mediterranean in the early modern period), incentrato sulle relazioni, resoconti di schiavitù e giornali di viaggio che descrivono vari aspetti del commercio degli schiavi. È stato, inoltre, preso in esame il contributo, limitatamente al mondo cristiano, che la tradizione giuridica romana ha portato allo sviluppo delle istituzioni relative alla schiavitù. La relazione (The roman legal background for the development of Medieval slavery) presentata da Thomas Rüfner era principalmente incentrata su tre aspetti del problema: come si diventa schiavi e liberi nel mon­do romano; fino a che punto il diritto romano tratta gli schiavi come persone; e perchè il diritto romano e importante per lo sviluppo delle istituzioni medievali relative alla schiavitù.

Un altro momento importante nell'evoluzione della schiavitù nel mondo cristiano è stato individuato nella reconquista cristiana della Spagna. Ludwig Vones (Slavery and «Reconquista» on the Iberian Peninsula) ha mostrato come questo evento abbia influenzato la composizione etnica degli schiavi nei mercati europei e abbia determinato l'ingresso di alcuni elementi di novità nel modo di concepire la schia­vitù nel mondo cristiano. In particolare è stato posto il problema se sia stata la reconquista a introdurre il pensiero razzista e la nozione di inferiorità legata alla razza nel mondo cristiano, argomento su cui si e aperto un acceso dibattito.

Sebbene la Scuola fosse dedicata alla schiavitù nel Mediterraneo, alcune relazioni hanno spostato l'attenzione sulle vicende contempo- | ranee delle aree limitrofe e in particolare del Caucaso. Oltre a fornire un quadro più completo, questo tipo di approccio era finalizzato, come hanno spiegato gli organizzatori, a mettere in luce le interconnessioni tra le vicende del Mediterraneo e quelle delle terre ai suoi confini: 1'influenza che le vicende di quelle zone hanno avuto sul modo di articolarsi del commercio degli schiavi o, al contrario, i riflessi che le esigenze legate al commercio degli schiavi hanno avuto sui rapporti tra i regni del Caucaso e quelli del Mediterraneo.

II contributo di Johannes Pahlitzsch ha affrontato il tema in maniera più diretta, dedicandosi alle relazioni diplomatiche tra i mamelucchi e la Georgia e, in particolare, ai rapporti tra i mamelucchi e il monastero georgiano di Gerusalemme. La sua analisi si è soffermata, da un lato, sui contatti diplomatici che nella seconda metà del XIII secolo l'Egitto dei mamelucchi aveva stabilito con la Georgia e, dall'altro, sul rapporto tra i mamelucchi e la comunità georgiana di Gerusalemme. Per quanto attiene quest'ultimo aspetto, Pahlitzsch ha mostrato una serie di documenti mamelucchi dell'epoca da cui si evince la protezione di cui godevano presso il Cairo la comunità georgiana e il monastero georgiano della Santa Croce a Gerusalemme. Ai momenti di pace si alternavano momenti di ostilità: a partire dal 1268, infatti, il monastero fu temporaneamente espropriato dalle autorità mamelucche. Pahlitzsch ha cercato, infine, di mettere in luce l'importanza che nei rapporti diplo­matici tra i due protagonisti, e in particolare nella ripresa dei rapporti alla fine del XIII secolo (testimoniata tra l'altro dalla restituzione del monastero della Santa Croce), ha avuto il bisogno dei mamelucchi di un costante approvvigionamento di schiavi.

Da un punto di vista metodologico i lavori della Minerva School, in linea con la finalità didattica della scuola, sono stati caratterizzati dall'ampio spazio dedicate al dibattito e dal costante ricorso all'analisi delle fonti. Ogni relazione era seguita, e spesso interrotta, da interventi di studenti e professori che ponevano domande sul modo in cui la ricerca era stata portata avanti o esprimevano le loro opinioni in merito ai risultati presentati. Per quanto riguarda l'analisi delle fonti, essa rappresentava il momento chiave a partire dal quale si sviluppavano le relazioni presentate; di conseguenza, per facilitare la comprensione di coloro che assistevano, venivano fornite a tutti i partecipanti copie dei documenti più importanti, sottolineando il fatto che la tipologia delle fonti a disposizione dello storico variano a seconda dell'area geografica presa in esame, elemento questo non trascurabile data l'ampiezza dell'area geografica considerata negli interventi.

Gli atti notarili sono le fonti principali degli interventi di Michel Balard e di Christoph Cluse, entrambi incentrati sulla schiavitù nell’Italia | medievale. Balard (Slavery in Genoa XIIIth-XVtb centuries) ha condotto uno studio sulla schiavitù a Genova a partire dagli atti conservati nell'archivio notarile cittadino che gli hanno consentito di delineare le caratteristiche del fenomeno: la provenienza degli schiavi, il sesso e 1'età. Dagli archivi apprendiamo che all'inizio del XIV secolo gli schiavi tatari fecero il loro ingresso nel mercato genovese e che tra il 1350 e 1380 essi rappresentavano l'80-90% degli schiavi venduti, percentuali che si spiegano con le contemporanee guerre nella zona di provenien­za di questi schiavi e il conseguente aumento della miseria di quelle popolazioni. Balard ha sottolineato, a proposito della composizione etnica del suo campione, come il mercato genovese non differisca dai mercati orientali. Nell’arco di tempo analizzato si registra, inoltre, una progressiva femminilizzazione della schiavitù e un aumento dell'età degli schiavi oggetto di compravendita, il che dimostra una minore disponibilità di schiavi giovani sul mercato. Per quanto riguarda i prezzi, è sicuramente rilevabile un aumento costante fino al 1360. A partire da questa data i prezzi sembrano stabilizzarsi per un po' per poi ricominciare a crescere. Attraverso lo studio degli atti notarili è stato, inoltre, possibile ricostruire le caratteristiche dei padroni di schiavi: nella maggior parte dei casi si tratta di esponenti di famiglie nobiliari o della classe media, tutti residenti all'interno delle mura cittadine.

Anche l'intervento di Christoph Cluse, Slaves in medieval Italy: No­tarial documents and communal statutes, era in parte basato, come dice il titolo, sullo studio di atti notarili, incrociati con 1'analisi degli statuti comunali, l'altra fonte utilizzata per delineare la condizione degli schiavi e le leggi relative. Cluse ha presentato e analizzato, inoltre, alcuni atti notarili provenienti quasi tutti da Genova e Pisa, nella maggior parte atti di compravendita o di manomissione (il più antico del 1186, il più tardo della metà del XV secolo). La manomissione e sempre sottoposta a una serie di condizioni e si trova frequentemente nei testamenti fino al XVIII secolo, momento in cui una legge genovese vieta di liberare schiavi con atti di ultima volontà. Tra i documenti analizzati figura anche una sorta di assicurazione contro il rischio di morte per parto della schiava, assicurazione che è stata accostata, per la terminologia utilizzata e per le condizioni, ai modelli di assicurazione sulla vita dell'epoca. Per quanto riguarda il sesso, l'etnia e i prezzi degli schiavi oggetto di compravendita le conclusioni confermano i dati di Michel Balard e anche Christoph Cluse si sofferma sull'incidenza delle vicende belliche dell'Oriente sulla composizione etnica degli schiavi venduti in Italia e in particolare sulla presenza di schiavi tatari.

Proprio il commercio di schiavi tatari nel Mediterraneo è l'argo-mento di una relazione congiunta di Christoph Cluse e Reuven Amitai | (The Trade in Turkish and Tatar slaves). L'interesse dell'intervento sta nell'avere cercato di ricostruire questo commercio utilizzando sia fonti orientali, analizzate da Amitai, sia fonti genovesi, studiate da Cluse; tutto ciò al fine di avere un quadro più completo possibile del fenomeno. Amitai ha mostrato un documento scritto da un ufficiale mamelucco, al-'Umari che racconta di come i tatari vendevano come schiavi i bambini. Ciò ha suscitato un ampio dibattito tra i partecipanti sulla veridicità di queste testimonianze. Ancora una volta sono stati messi in risalto gli effetti delle vicende belliche del Caucaso sul com­mercio degli schiavi orientali nel Mediterraneo e di converso il ruolo che la necessità di approvvigionamento di schiavi per la sopravvivenza del sistema ha avuto nelle scelte di politica estera dei mamelucchi. I documenti studiati da Cluse sono serviti a delineare il ruolo svolto dai mercanti genovesi nel traffico di schiavi tatari e turchi nel Mediterraneo e in particolare verso 1'Egitto.

Le due relazioni di Reuven Amitai (The development of military slavery in the Muslim world e The education and training of the young Mamluk) affrontavano il tema dello sviluppo della schiavitù militare e dell'importanza di questa istituzione nel mondo islamico. Il fenomeno è stato illustrato e analizzato alla luce di alcuni passi tratti dalle opere di geografi, storici e biografi del X e XIII secolo. Attraverso un'analisi anche terminologica dei testi sui mamelucchi di Ibn Khaldum è stato evidenziato il modo positivo in cui veniva visto il fenomeno della schiavitù. Nel secondo intervento Amitai ha descritto l'educazione dei giovani mamelucchi, l'addestramento militare e l'educazione religiosa che si concludevano con la manomissione. A questo proposito è stato analizzato un brano tratto dal Kitab al-suluk dello storico 'Abbas al Maqrizi (1364-1442) e sono state mostrate alcune illustrazioni dell'ad-destramento militare provenienti da un manuale per l'educazione dei giovani schiavi risalente al XIV secolo. Anche in questa relazione si è fatto un ampio riferimento all'acquisto dei giovani schiavi e al ruolo dei mongoli.

La schiavitù nel mondo islamico, vista da una diversa prospettiva, è stata oggetto degli interventi di Yehoshua Frenkel (The slave trade from the Muslim prospective) e di quello di Kurt Frantz (Islam and slavery: legal concept and social diversity). Il primo, attraverso un'analisi molto puntuale di alcuni contratti di vendita, ha illustrato alcune caratteristiche del commercio degli schiavi e alcune peculiarità degli atti notarili dell'epoca. I documenti su cui Frenkel ha basato la sua relazione sono soprattutto frammenti di registri di un mercante di schiavi provenienti dal Fustat (Cairo) e documenti provenienti dalla cosiddetta collezione Haram di Gerusalemme. Frantz ha cercato di fornire un quadro gene- | rale delle norme relative alla schiavitù del diritto islamico e di analizzare il rapporto tra le norme della legge islamica e il modo in cui in concrete la schiavitù si è sviluppata nel mondo islamico.

A due storici dell'arte, Dirk Suckow e Rachel Milstein, è stato affidato il compito di mostrare il modo in cui gli schiavi sono stati rappresentati nell'arte rinascimentale e in quella islamica, mentre il tema della schiavitù nel mondo ebraico, e in particolare nelle comunità ebraiche del Medioevo, e stato oggetto delle relazioni di Robert Brody e Miriam Frenkel. Il contributo di Brody (Jewish legal attitudes towards slavery) si basava essenzialmente su documenti del periodo Gaonico (metà del VI secolo-metà XI), più precisamente riferibili al lasso di tempo compreso tra il 750 e il 1050 circa. I documenti provengono da Babilonia dove a quel tempo si trovavano le più importanti accademie rabbiniche, punto di riferimento per le comunità ebraiche di tutto l'Oriente. Si tratta delle risposte date dai dottori della legge alle domande poste dai correligionari. Le domande non riguardano soltanto questioni teologiche ma anche molti problemi pratici, legati alla realtà quotidiana; dalle risposte, quindi, si possono trarre molte notizie sulle pratiche relative alla schiavitù nelle comunità ebraiche dell'epoca.

Per gli studi in materia una svolta è stata rappresentata dalla scoperta della Gheniza del Cairo. Sull'analisi di alcuni documenti provenienti da quest'ultima si è basato 1'intervento di Frenkel (Slavery in Gheniza documents). Il fine della relazione era quello di dimostrare come la schiavitù, inserita in un sistema patriarcale, vi si sia pienamente adattata. Così se da un punto di vista giuridico le donne, nella comunità ebraica medievale, potevano possedere degli schiavi, venderli e acquistarli in piena autonomia, di fatto erano gli uomini che decidevano in merito. Le donne, inoltre, potevano essere manipolate facilmente e a questo fine spesso il linguaggio usato nei documenti veniva reso ancora più ostico a un pubblico femminile nella maggior parte dei casi analfabeta, attraverso l'utilizzo di termini in aramaico o di citazioni bibliche. Particolarmente interessante è stata l’analisi di un formulario usato nelle corti rabbiniche, in cui testimoni affermavano che il padrone x aveva liberato la schiava y a causa delle pressioni della moglie, che la manomissione era stata in realtà effettuata contro il suo volere e, quindi, doveva essere considerata nulla. Il fatto che si tratti di un formulario, senza nomi e date, fa capire che doveva essere utilizzato frequentemente dai mariti presso le corti.

Miriam Frenkel ha, inoltre, sottolineato come il rapporto tra schiava e padrone indeboliva ulteriormente la posizione delle donne all'interno della società. Sebbene, infatti, la legge proibisse i rapporti sessuali tra padrone e schiava, questi di fatto non venivano puniti e i figli delle | schiave venivano spesso adottati e convertiti all'ebraismo, diventando così eredi legittimi. In questo modo anche il potere che le donne della comunità esercitavano nella sfera riproduttiva, come madri di eredi legittimi, veniva indebolito. Le donne cercavano di difendersi attraverso contratti prematrimoniali nei quali il marito si impegnava a non acquistare schiave senza il permesso della moglie.

La relazione conclusiva, Slavery as an issue in the world history, di Diego Olstein, ha ripercorso le varie forme di schiavitù fino a quelle contemporanee, cercando di dare una visione di insieme del fenomeno e nello stesso tempo di evidenziare le differenze tra le varie forme di schiavitù. Sono stati, inoltre, passati in rassegna i diversi approcci teoretici con cui il problema è stato affrontato dagli studiosi. La scuola si è conclusa con un ampio dibattito sui temi trattati e sul modo in cui sono state articolate le giornate di studio.

 

conference report
by Annika Stello last modified 2008-06-05 09:51

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